La yogini fuori forma: confessioni di una ragazza interrotta

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Avete presente quando vi capita di non praticare per una settimana e, al ritorno sul tappetino, pare siano passati mesi? Ecco, ora immaginate di non praticare per tre mesi. Oggi è il primo settembre e, tra i canonici buoni propositi “per il nuovo anno”, c’è il mio ritorno su questo tappetino virtuale, e la spiegazione del perché ne sono sparita. Basterebbe il mio (inconsciamente) profetico ultimo post, quello sull’impermanenza, ma andiamo nel dettaglio.

Esattamente tre mesi fa abbandonavo, dopo meno di mezz’ora, la mia lezione di Anusara. Quella che in genere faccio 3 volte a settimana (più un po’ di pratica a casa). Ero stanca. Ma non di quella stanchezza un po’ pigra, né di quella che con un po’ di sforzo si combatte: “Produrre energia per combattere i cali di energia” è un principio che già conosco, che ho applicato spesso ma che stavolta non funzionava. Ero esausta. Le mie batterie completamente scariche, il corpo mi segnalava con chiarezza che impuntarsi a rimanere sarebbe stato semplicemente stupido. E, infatti, nei giorni successivi i miei muscoli dolevano in modo del tutto sproporzionato allo sforzo fatto. E quello è stato solo l’inizio.

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DISCLAIMER: non è una storia triste né sono malata. Però, semplicemente, mi sono dovuta fermare.

Gli ultimi tre mesi -ovvero la mia estate – sono stati tutto fuorché una passeggiata. Un’anemia trascurata da anni, da sempre (era asintomatica… ecco, quando il vostro medico vi dice di curarla, anche se voi si sentite bene come mi sentivo io, ascoltatelo) deve avermi presentato il conto tutto d’un tratto. Risultato: fatica 24 ore su 24, dolori muscolari per ogni minimo sforzo, sonnolenza, astenia. A ogni ondata di calore la pressione precipitava e non riuscivo nemmeno a scrivere una mail, figurarsi sedersi nel loto. A ogni alterazione dell’umore (e ce ne sono state tante) il corpo reagiva con una stanchezza ancora più estrema.

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Questo, appunto, il corpo. Dall’altra parte la mente, abituata (yoga chitta vritti nirodha è una droga, e quando manca i sintomi da astinenza si fanno sentire) ad essere contenuta dalla pratica, ha dato il peggio di sé: ansia, panico, tensione, irritabilità, rabbia. E più la mente si agitava, più i nervi esplodevano, più l’adrenalina si impennava, più il corpo si stancava ancora di più. Circolo vizioso. Routine completamente sballata. E l’impressione che le belle abitudini conquistate in anni di entusiasmo e costanza si fossero volatilizzate.

 

Ovvio poi che quando passi da un’attività regolare ed energica (Anusara non è un hatha qualunque) al nulla, l’involuzione è spietata. E così i miei pensieri: sei ingrassata, hai perso tono, non sei più tu, guarda come ti sei ridotta. Queste solo alcune delle frasi che, poco amichevolmente, hanno spesso risuonato nel mio dialogo interno. Poco yogiche, molto umane. Perché un conto è toccare con mano l’impotenza di non riuscire, per evidente mancanza di forze, a fare le cose, e dirsi con freddezza e dignità «Il mio corpo è uno strumento, l’importante è che mi porti da A a B, non lo giudicherò più per il suo aspetto», un altro è specchiarsi e non piacersi, vedersi in versione sbiadita e affaticata, con lo sguardo stanco e la figura più pesante. E un altro ancora provare su di sé la spossatezza per azioni che fino a poco prima erano automatiche e ora faticosissime. O vedere nel parco gente che corre e guardarla come se fossero marziani. Idem per quelli che fanno yoga. Ovvero, per quello che in genere, 365 giorni l’anno, faccio io, sono io.

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E alla fine, già che ci siamo, questo corpo che all’improvviso è privato della routine che lo fa guizzare e armonizzare cominci anche a considerarlo più fragile di quel che è. E tornano fobie e ipocondrie, retaggio del passato di cui proprio non avevo nostalgia, che assieme alle spietate valutazioni estetiche ti fanno capire che tu e il tuo corpo, fino a poco fa in così bella sintonia, adesso siete un po’ nemici.

Ma basta. Questo è il post della confessione pubblica (sul perché, di fatto, non praticando non mi sentivo nemmeno in diritto di scrivere), della chiarezza, dell’apertura sui momenti bui che attraversiamo tutti, ma non quello in cui mi piango addosso, sia chiaro. Anche perché, ribadisco, ho “solo” una (rognosissima) anemia, più il conto presentato,sotto forma di burn out, da un periodo di stress eccessivo. Ma è arrivato settembre, questa brutta estate me la sto lasciando alle spalle, gli integratori di ferro e magnesio pare stiano facendo un pochino di effetto e la testa… No, ecco, forse la testa è ancora un po’ in preda a pensieri e paure (prendi una yogini in crisi del settimo anno, ovvero sufficientemente navigata da non sdilinquirsi al primo OM ma non abbastanza matura da accettare con grazia qualsiasi situazione, privala del suo centro di gravità permanente e poi vediamo quanto è facile non esaurirsi, con buona pace della presunta imperturbabilità degli yogi). Comunque, il punto è che, come si diceva, tutto è impermamenza.

Ma anche che si può ricominciare, e si deve dal qui e ora. Quindi, da una settimana ho ricominciato a praticare in casa (santo Yogaglo, santissima Jo Tastula che con le sue lezioni piene di ispirazione e dolcezza mi ha aiutato a tornare sul tappetino), dai 30 minuti sono passata ai 45 e, sì, sudo come un maiale nel fare cose che un anno fa avrei fatto sbadigliando. Sì, ho perso fiducia nella capacità di darmi sostegno e, di conseguenza, nell’approcciare le posizioni capovolte e di equilibrio sulle braccia. Sì, rosico moltissimo. E sì, la riapertura della mia scuola mi inquieta più di quanto mi faccia scalpitare. Ma, chissà, magari questo diventerà un nuovo mattoncino nel mio percorso yogico. Dopo avere sperimentato la totale sfiducia, poi la totale fiducia, poi l’eccessiva pretesa, rispetto al mio corpo, magari scoprirò quella beata, agognata, utopistica modalità del pensiero detta equilibrio.

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Forse, per uscire dalla logica (poco yogica, molto umana, nonché moltissimo occidentale) della performance dovevo essere presa con le cattive maniere, perché con le buone continuavo a volere essere sempre al meglio. Chissà. Di sicuro, la mia pratica è già un po’ cambiata: più pazienza, più morbidezza, pià ascolto. Meno “raggi laser” che schizzano dalle dita delle mani durante virabhadrasana, meno esibizioni circensi in urdhva dhanurasana.

E, comunque, una buona notizia. L’amore trionfa. Avrò anche avuto la crisi del settimo anno, avrò anche messo in discussione l’accecante sicurezza che lo yoga fosse la cosa più bella del mondo, avrò anche sbadigliato un po’, sul tappetino, in questo 2016. Ma dopo questa pausa forzata ho capito con certezza che lo yoga mi manca da morire. E non vedo l’ora di tornare sul tappetino con gioia, fiducia e leggerezza.

Se avete consigli da dare a questa spaventata, abbattuta, ma speranzosa yogini fuori forma, spazio e tempo per farlo sono qui e ora. Namaste.

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8 pensieri su “La yogini fuori forma: confessioni di una ragazza interrotta

  1. Che dire?
    Sei meravigliosa.
    Porta a scuola proprio queste parole: nè più, nè meno, senza paura. Chi ti segue capirà e apprezzerà la tua sincerità, la tua schiettezza. Sarà un’occasione per tutti per praticare in dolcezza, ascolto, contatto profondo, rispetto di sè…
    Davvero.
    Un abbraccio e in bocca al lupo! 🙂

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  2. Splendida donna, capisco bene la tua difficoltà. Ma si può uscirne vittoriose. Mia esperienza. Si può accettare di non essere sempre al top, di non arrivare alle più difficoltose asana…… perché la grande passione per lo yoga vince sempre e mi ha insegnato che non si progredisce con l’ansia di prestazione: vuoi mettere la soddisfazione quando riesci ad arrivare ad un gradino più alto senza affanno e in scioltezza?
    Ma devo ripetermelo sempre, perché quando non riesco a fare quanto vorrei dentro di me l’amarezza inizia a farsi strada e la devo soffocare! e come un mantra mi ripeto, come dice il nostro Maestro, non è la forma che importa, ma l’intenzione la dolcezza e l”ascolto……. e in questo tu hai tutto da insegnare!!!!!
    A presto sul tappetino!!!
    Edda

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