Dire “Namaste” è appropriazione culturale?

Nei paesi anglosassoni, e in particolare negli Stati Uniti, c’è da qualche anno un dibattito piuttosto vivace su un tema di cui invece da noi si parla pochissimo. Si tratta dell’intersezione fra globalizzazione dello yoga e appropriazione culturale. In particolare, di come alcune espressioni della cultura e della spiritualità indiana e induista siano state in parte fagocitate dall’industria dello yoga e in parte assorbite in modo un po’ confuso dagli appassionati. E cosa c’è di più iconico e rappresentativo di tutto ciò della parola namaste? Io stessa, quando ho aperto questo spazio anni fa, non ho trovato nulla di meglio per descriverlo della definizione “Un blog namaste”. Quindi la premessa è doverosa: non sto puntando il dito contro nessuno, piuttosto, punto l’attenzione su una questione interessante e su un potenziale problema di cui io stessa sono parte.

 

Secondo la definizione di Wikipedia, l’appropriazione culturale è «un concetto accademico originario degli Stati Uniti secondo il quale l’adozione o l’utilizzazione di elementi di una cultura da parte dei membri di una cultura “dominante” sarebbe irrispettosa e costituirebbe una forma di oppressione e di spoliazione».  Ci sono esempi lampanti e offensivi come le “Blackface” e situazioni in cui questa operazione è un po’ più sfumata, come appunto nel contesto dello yoga. Per esempio qui c’è un articolo veramente interessante, apparso nel sito dell’edizione americana di Yoga Journal, sul confine sottile tra “appropriazione culturale” e “apprezzamento culturale”, scritto da Rina Deshpande, insegnante yoga americana di genitori indiani. L’autrice, tra l’altro, dà una definizione di appropriazione culturale più interessante e comprensibile di quella fornita da Wikipedia, descrivendola come «Il prendere, vendere ed esotizzare pratiche culturali di popolazioni storicamente oppresse». Un concetto che vale per i meme e le magliette con scritto “namaste” così come per le statuette di Buddha usate come soprammobili, gli orecchini con gli acchiappasogni dei nativi americani o i tatuaggi tribali. Tutte icone, tra parentesi, facilmente individuabili anche nell’estetica di svariati frequentatori e frequentatrici del mondo dello yoga occidentale, inconsapevoli testimonial del grande calderone di esotismo a buon mercato (e spesso in buonissima fede).

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La statunitense Sharon Gannon, co-fondatrice della scuola Jivamukti, in abito e gestualità tradizionali indiani

Ma torniamo a noi e alla nostra parolina magica नमस्ते, che in realtà è un termine composto (Namah + te, नम:+ ते): in India viene usato per salutare e a grandi linee significa “Mi inchino a te” e, nel caso della religione indu, “Mi inchino al divino in te”. È la seconda accezione quella a cui si tende a fare riferimento nel mondo dello yoga, anche se raramente in classe si fanno discorsi su etimo e sanscrito. L’uso del namaste è semplicemente dato per scontato. E infatti chi, alla fine di una classe, non sente l’insegnante concludere con un dolce “namaste”? E chi non risponde con un altrettanto spontaneo “namaste”? Appunto: probabilmente nessuno tra chi legge e chi sta scrivendo queste righe ha mai pensato di offendere, opprimere o defraudare una cultura altra facendolo. Anzi, probabilmente ci si sente più vicini a quella cultura, più “tradizionali” (rispetto alla tradizione dello yoga, ovviamente). Per la stessa forma di rispetto per cui si nominano le asana col termine sanscrito, la stessa voglia di approfondimento che porta all’acquisto di Baghavad Gita e Yoga Sutra, la stessa fascinazione per il mondo e la religione di provenienza per cui si celebra in classe il Diwali o si familiarizza con i nomi delle tante divinità indu.

Quindi dire Namaste, anche se il comico del video qui su non ne sembra troppo convinto, rispetterebbe sia l’origine geografico-culturale, sia la valenza spirituale, dello yoga. Perché dunque parlare di appropriazione culturale? Sempre per Yoga Journal made in Usa, Rina Deshpande ha fatto un breve video con Susanna Barkataki, anche lei insegnante d’origine indiana nonché attivista per lo yoga inclusivo, per provare a spiegare quando l’uso del namaste è “inappropriato”. Il messaggio è decisamente conciliante, l’accusa di appropriazione culturale non viene esplicitamente mossa, però vengono fatti alcuni distinguo. Bene rispettare la storia e onorare la tradizione, bene cercare di pronunciarlo al meglio anche per sfruttarne i benefici vibrazionali (per chi ci crede), male un’eccessiva disinvoltura, come fare giochi di parole: titoli di libri come Namaslay (che in inglese ha un suono molto simile alla pronuncia locale di Namaste, non fosse che “slay” vuol dire “ammazzare”) o le T-shirt con scritto “Namastay at home” forse non sono il massimo. Quindi forse la soluzione al dilemma sul se usare o meno il namaste potrebbe essere “uso sì, abuso no”. Forse.

 

 

 

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Eppure io consiglio a molte persone di guardare la divertente web serie Namaste bitches, il cui titolo non rappresenta certo una valorizzazione rispettosa del termine indu ma la cui forza, d’altra parte, risiede proprio nella sdrammatizzazione di usi e costumi di chi, occidentale, prende lo yoga e sé stesso un po’ troppo sul serio, nonché nel fare satira dello yoga globalizzato e reso merce di consumo. Insomma attraverso la sua scorrettezza politica (a partire dal titolo) Namaste bitches denuncia le storture dello yoga globalizzato tanto quanto lo fa chi la correttezza politica la invoca. Appartiene invece al fronte del politically correct l’insegnante americano Jason Snow, che in un interessante post spiega perché a un certo punto, dopo un viaggio in India, ha smesso di dire namaste per una questione di rispetto della cultura di provenienza del termine.

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Insomma, dopo questi excursus tra video seri e video satirici, tra nervosismi orientali e ammissioni occidentali, tra link a post e articoli, la questione dell’appropriazione culturale nelle pratiche dello yoga occidentale si delinea ancora meno chiara di quando ho cominciato a scrivere. E forse è giusto così, visto che stiamo parlando di un complesso amalgama di culture che si sovrappongono pur non essendo sempre state alla pari (tutt’altro) e soprattutto di un tema che mescola correttezza politica, amore per la tradizione, rispetto per le spiritualità altrui, globalizzazione e chissà quanto altro. Forse è interessante che se ne parli, o almeno è un buon inizio. Personalmente, continuerò a usare il namaste in classe, ma probabilmente con un po’ meno disinvoltura. E non è detto che in futuro non cambi idea. Intanto: namaste.

 

 

 

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