Samavesha and friends

Questa cosa che, poiché Spaghetti Yoga non è una testata giornalistica, posso permettermi di scrivere le cose quando voglio mi sta un po’ prendendo la mano. Quindi scusatemi se scrivo solo ora della mia esperienza a Samavesha, il Festival internazionale di Anusara che si è tenuto a Merano tra fine maggio e inizio giugno.

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Dei 5 giorni del programma, purtroppo un pochino costosi, sono riuscita a permettermi soltanto una 48ore (non sono ancora una di quelle yogini che sanno “manifestare abbondanza“, ma se avete consigli sono tutt’orecchie), ma è stata un’esperienza densa.

La comunità Anusara è fatta di piccoli e grandi nomi che, se al pubblico non dicono molto, per chi pratica questo stile sono quasi celebrità, quindi è stato divertente fare un po’ di vip spotting fra Jackie Prete, Barbra Noh, Benita Galvan, i “miei” Piero Vivarelli, Caterina Cortellini, Alberto Vezzani e pezzi grossi con decenni di esperienza come Carlos Pomeda e Jim Bernaert.

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A proposito di Jim, qui ho dovuto fare la mia personale scelta di Sophie. Questa quercia d’uomo, altissimo, possente, esotico nei tratti e -dicono, a me non pare- più vicino agli 80 che ai 70, è stato maestro dei miei maestri e me ne avevano parlato con tale entusiasmo che non vedevo l’ora di partecipare al suo workshop. Però, ecco che alla stessa ora Ezgi Fisher fa una pratica dal titolo “Fearless heart in the middle of fear“. Ecco, il “cuore coraggioso in mezzo alla paura” mi tentava troppo. E la sventurata rispose.

Per nulla sventurata, in realtà, la pratica di Ezgi era precisamente quel di cui avevo bisogno. Il mio cuore è sempre coraggiosissimo, la mia mente meno. Così ho sentito di rispondere all’appello di questa fatina solare e coraggiosa che, avvolta nel giallo più sgargiante che si può, ha condotto una pratica liberatoria e accogliente, cominciata con un lungo discorso sulla paura, il senso di inadeguatezza che spesso tutti abbiamo, le insidie della vita e la presenza della morte che, no, non può togliere coraggio. E purtroppo lei sa di cosa parla: tre anni fa ha perso il marito Jeff Fisher, un giovane insegnante con cui formava una coppia piena di vigore e bellezza, a cui ha dedicato l’inizio del workshop, la cui scomparsa ha menzionato e a cui ha di nuovo alluso, ma senza togliere potere e leggerezza al suo discorso o al suo volto.

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La pratica è cominciata con qualche minuto di asana in libertà che, chissà, un paio d’anni fa avrei considerato poco interessanti, mentre questa volta li ho goduti in pieno, muovendomi nello spazio del tappetino approfittando anche dell’esortazione a “dimenticare per un attimo i principi di Anusara” ( e chi pratica questo stile sa quanto possa far sentire responsabilizzati in termini di allineamenti e spirali), giocando un po’ con la schiena e le braccia mentre con la coda dell’occhio percepivo anche tutta la libertà degli altri.  Ed è proseguita in un flusso di forza e coraggio (era quello il tema, no?) conclusosi con una bella sorpresa: la voce piena e melodiosa di Ezgi che ha cullato il Savasana finale con un canto da professionista, bello almeno quanto lei.

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Chissà, forse la mia disposizione d’animo era già stata benedetta dalle due ore precedenti di pranayama, settore in cui sono colpevolmente carente e su cui mi sono buttata non appena ne ho avuto l’occasione. In consolle Yiannis Gerou, greco, simpatico, giovane, che mi ha regalato proprio il ripasso for dummies di cui avevo bisogno: full yogic breath, bhastrika, kapalabhati, anuloma viloma, nadi shodham. E piano piano, di respiro in respiro, le tensione e l’insicurezza che avevo accumulato nelle ultime settimane bolognesi se ne sono andate nell’aria fresca di Merano, dissolte nelle sale sontuose della Kurhaus che ci ospitava.

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Direi che mi sono dilungata anche troppo, e mi vergogno un po’ per questo post in stile “caro diario”, quindi non mi soffermerò sulle altre lezioni. Lasciatemi dire però che la cosa più bella è stata rivedere e riabbracciare persone incrociate in questi anni di yogico vagabondare (piccolo, per carità, minimo. Ma per fortuna non serve sempre allontanarsi troppo per conoscere gente interessante). I compagni della mia scuola bolognese, quelli con cui ho fatto il Teacher training quest’anno, le facce incontrate una volta o due ai workshop e agli yoga festival, i tanti compagni milanesi dell’Immersion. E poi, lasciatemelo dire, fra chi è vegan, chi fumava, chi mangiava wurstel, chi non vedeva l’ora di farsi una birra, chi ballava durante i kirtan e chi invece non ci ha pensato proprio a chiudersi in sala a cantare dopo 8 ore di pratica, il bello è stato registrare un clima di libertà. Al di sopra dell’entusiasmo e delle gerarchie.  18954644_10211119036604709_3373833362622360824_oPerché comunità is cool, kula is better, freedom is best. O no?

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4 pensieri su “Samavesha and friends

  1. Una cosa bellissima la libertà. Eppure..tanto difficile da avere…o meglio: da essere. Essere liberi é un un viaggio duro, difficoltoso…doloroso a volte …ma..se lo cominci…se lo senti …se inizi a sentirne il sapore, è un viaggio di sola andata. Ed é
    allora che, piano piano, inizia la comprensione di cosa è la libertà, per te.
    Samavesha….sapevo che mi sarebbe piaciuto, sapevo che avrei imparato…ma la gioia di stare con tutti quanti sono come semi del mio giardino…quella..quella la provi solo quando ci sei. E ognuno ha dato un seme. Un seme sul percorso verso la libertà. Questo è quello che ha dato a me, e continua dare, samavesha … bello spaghettina il tuo articolo …

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